Siamo in pieno anno scolastico e i genitori, in aggiunta a tutti i consueti problemi, si trovano ad affrontare la possibilità che le scuole dei propri figli organizzino attività che, sotto vari pretesti, si rifanno in realtà all’ideologia ‘gender’.
“Chi continua a parlare di teoria ‘gender’ in relazione al progetto educativo del governo Renzi compie una truffa culturale – ha detto la ministra Stefania Giannini – Ci tuteleremo con gli strumenti a nostra disposizione, anche per vie legali”. Dovremmo essere rassicurati? Chi non approva l’azione del suo ministero rischia denunce e processi, e proprio da parte di chi sostiene la “tolleranza, accoglienza, libertà di pensiero”. Il nostro ordinamento, peraltro, non prevede il reato di opinione.
In realtà si poteva – se in buona fede – e si potrebbe ancora, dichiarare che l’educazione dei figli è diritto e dovere dei genitori (così come stabilito dalla nostra Costituzione e da tutte le Dichiarazioni di Diritti internazionali), che lo Stato fornisce loro dei servizi professionali che li aiutino in questo compito rimanendo però sotto il loro controllo. Che non ci sarà nessun corso gender né curricolare né extracurricolare, e che la scuola continuerà a fare ciò che è suo preciso dovere: educare al rispetto di ogni persona, prevenire ed eventualmente sanzionare ogni comportamento discriminatorio o violento.
Quando la scuola offre corsi “di educazione all’affettività” o “contro l’omofobia” ormai i genitori drizzano le antenne. Si tratta infatti delle più comuni formulazioni utilizzate. Ci si chiede, infatti, se l’affettività sia una materia di studio e chi o cosa dia allo Stato il diritto di interessarsene.
L’omofobia, poi, è un concetto che nessuno si preoccupa di definire in modo chiaro: si può trattare di effettivi comportamenti discriminatori o della semplice opinione che tutti gli esseri umani sono o maschi o femmine; oppure del fatto di avere “forti convinzioni religiose”.
La scuola, in quanto ambiente di educazione, deve accogliere tutti gli alunni per aiutarli a sviluppare e valorizzare le loro capacità e potenzialità, promuovendo il rispetto reciproco, l’amicizia e la collaborazione, al di là di ogni possibile differenza – anche, ma non solo – di orientamento sessuale.
Di fatto, però, il ministero ha confezionato, in segreto e in collaborazione esclusiva con una serie di associazioni LGBT, dei programmi e sussidi palesemente ispirati alla teoria gender e ha tentato di introdurli nelle scuole all’insaputa di tutti gli interessati – studenti, genitori e docenti – e contro il loro parere. Affermando, addirittura, che “il gender non esiste”.
Se non esiste perché volerlo inculcare a tutti i costi?
E comunque, queste associazioni che competenze hanno? Chi e come le ha valutate e certificate? Per insegnare bisogna superare abilitazioni e concorsi.
Consultando questi sussidi, appare chiaro che quando si parla di ’identità di genere’ non si intende l’identità sessuale – cioè l’essere maschio o femmina – ma l’opposto: non ciò che realmente si è ma come ci si percepisce in un determinato momento: uomo, donna, trans, asessuale eccetera.
A Roma, nella scuola Cattaneo a Testaccio, il 19-20 settembre scorso si è tenuta una due giorni per “educare alle differenze” gli insegnanti che dovranno poi tenere i corsi pro-gender. L’iniziativa, che aveva il patrocinio del Comune di Roma, è stata condotta dalle associazioni che collaborano con il MIUR nell’ambito del decreto ‘Buona Scuola’.
Per liberarsi dagli stereotipi di genere i più piccoli ricostruiranno le fiabe invertendo i ruoli di principi e principesse, rospi e nonne. Per gli adolescenti invece si propone roba forte da parte del Cassero, un centro che mette in scena spettacoli osceni e blasfemi. Si propongono esperienze di “autoerotismo, post-pornografia, dominazione e sottomissione, bondage e burlesque”.
Alla fine dello scorso anno scolastico, nella regione Emilia-Romagna, è stato praticamente imposto agli insegnanti, senza nemmeno informarli di che cosa si trattasse, il manuale “W l’amore” in cui c’è una massiccia dose di sesso di ogni tipo. Si chiede agli alunni di scuola media se condividono o meno il modello uomo-donna che sperimentano in famiglia. Si afferma che non ci sono differenze fra essere maschio o femmina e che ognuno può scegliere la propria identità.
Ciò che il ministero aveva organizzato e tentato di imporre nelle scuole è però ormai alla luce del sole – anche se forse non ancora in misura sufficiente.
I genitori devono sapere che la ragione, sostanziale e anche giuridica, è dalla loro parte, se solo non si faranno intimidire da minacce o da affermazioni fuorvianti come “siete cattolici fanatici”, “se non volete i corsi anti omofobia, siete a favore dell’omofobia” oppure “non volete l’uguaglianza per le donne”; affermazioni prive di ogni logica, così come la teoria gender è priva di ogni base scientifica.
E ricordiamoci che l’unione fa la forza: è sempre meglio che le famiglie si uniscano per interagire con le scuole, o che aderiscano ad associazioni pro-famiglia già esistenti.







