Ciò che dovrebbe preoccupare di fronte alla grande attesa per il rilancio dell’economia a partire dalla cosiddetta ‘fase 2’ in poi, la perdurante miopia con cui la cultura dominante, il governo stesso e parte del corpo politico guardano alla realtà economica…
E’ evidente come il malaugurato ‘breack‘ imposto alle attività lavorative sia visto come ‘la mancata fruizione di un reddito’ e non come ‘la mancata produzione di nuova ricchezza’. E’ l’Italia del ‘posto fisso‘, la società civile e la visione politica che hanno progettato (e di per sé non è un male) una esistenza individuale sicura ‘dalla culla alla bara’, accogliendo la parte più radicale del pensiero Keynesiano, che emerge pericolosamente…
Il problema è di base. Questa visione danneggia il sistema economico da tutto il secolo scorso. Si parla diritto al lavoro e di diritto ad una vita dignitosa: d’accordo, ‘d’accordissimo’, ma non dimentichiamo come il benessere da dividere vada ‘prima‘ prodotto!
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma questo deve significare produzione!
La scienza economica o economia politica è per definizione la scienza sui motivi della povertà e della ricchezza delle nazioni.
Non vorremmo accusare puntualmente l’ideologia marxista. Ma questa ha contrabbandato senza dubbio una serie di gravi errori. La definizione di economia parla di ‘nazioni’. Il marxismo ha fatto filtrare l’idea errata che la nazione si sovrapponga e identifichi con lo Stato, quasi non vi fosse neppure soluzione di continuità: un bel sogno, un mero sogno ascientifico. Come diciamo spesso, lo stato vive attorno al ‘cassetto della cassa? ed è la propria cassa. Lo stato assolve a compiti propri. Alimenta anzitutto se stesso. Deve far quadrare le proprie entrate con le proprie uscite. Lo Stato non produce, ma si divide fra il momento in cui incassa e quello in cui spende. Non è che un atto collaterale che lo stato debba contribuire all’economia nazionale e che lo faccia più o meno o meno o per nulla.
L’economia lega, invece, la propria attività al ‘valore aggiunto’. Solo l’economia produce merci e servizi utili, ne trae ricavi e in questo processo circolare (visto con gran chiarezza dallo stesso Keynes) crea ricchezza aggiunta: è quella che il fisco chiama valore aggiunto e tassa con l’Iva.
La visione marxista, legata a concetti ottocenteschi, ancora post medievali, ha una visione statica della ricchezza, una vision che potremmo chiamare ‘aurea’. Di fronte al denaro, non si spiega come la cartamoneta possa avere valore e ‘rimpiange’ il tempo della parità aurea. Essa appare come ‘il trionfo della concretezza‘, ma, mentre vorrebbe essere più realista del Re, è assolutamente irreale. Ma la parità aurea è una favola pari alla ‘mitica età dell’oro‘. Non è mai esistita se non nella fantasia dei pensatori antecedenti la nascita dell’economia politica o scienza economica. Tale scienza, cui ci appelliamo, nasce – sempre nell’800 – con Adamo Smith come reazione liberista alla visione dirigista e monocratica dei regni di allora. Lo statalismo, del resto, richiama, seguendo Marx, quella perdurante idea di uno stato assolutamente sovrano che tutto può e nulla sbaglia per natura e definizione. E’ ovvio come le cose non vadano così, purtroppo: lo stato sbaglia eccome: è indebitato fino al collo e conta di rifarsi sui risparmi degli alacri cittadini. Alimenta la vaga accusa che siano vissuti ‘al di sopra delle loro possibilità’. Ma, smentendosi nei fatti, tassa persino ciò che questi hanno ‘capitalizzato‘ (imposte anti costituzionali sul patrimonio).
Oggi la ricchezza vera non è certo rappresentata dall‘oro, ma dalla capacità -tornando al concetto centrale – di produrre valor aggiunto. La ricchezza è l’accumulo di valore aggiunto, ma ancor più la dinamica capacità di produrlo. Questo è da tempo il ‘vero oro’.
Spieghiamo dunque come e perché si crei ‘obiettiva ricchezza‘ in una società in cui l’economia di mercato funzioni in condizioni fisiologiche.
Per inciso, è questo il motivo dell’implosione del socialismo reale. Disse Luigi Einaudi con molto anticipo: ‘il comunismo fallirà presto, perché manca dell’elemento del risparmio‘. Einaudi notò un particolare che fa parte dell’andamento dell’economia di mercato, che si muove continuamente in modo circolare come un vero e proprio motore.
Veniamo al punto: i costi della produzione vengono continuamente superati dai ricavi che si realizzano dalle vendite. Ciò significa che il mercato ha ‘apprezzato’ lo sforzo del produttore, tant’è che lo ripaga al di sopra di quanto l’imprenditore abbia speso.
Questo surplus, che Marx chiama spregiativamente ‘plusvalore‘, come se l’imprenditore ne defraudasse i lavoratori è esattamente il ‘valore aggiunto‘. Repetita juvant: da una parte si impiegano meno soldi, dall’altra ne giungono di più. Ecco creata nuova ricchezza.
Per dare ragione al grande Luigi Einaudi, economista liberista e primo presidente della Repubblica italiana, della famosa famiglia di imprenditori – editori, “una parte del surplus prodotto – sempre in un’economia di mercato – non solo viene risparmiata, ma tale ‘denaro prodotto‘ viene investito e destinato a ‘nuova produzione‘. Dunque la nuova produzione è tecnicamente (o se preferite matematicamente) maggiore della vecchia, che si era già ‘alimentata’ comprendendo le spese (costi). Avviata la ‘macchina’, le spese vengono parzialmente coperte dal risparmio. Vengono anche alimentate dalla capacità di investimento dell’imprenditore. Da qui è sano accordargli anche un ‘premio del rischio‘. Altro che furto ai lavoratori!
Tutto il processo è talmente ‘sano’ che nonostante tutti i tentativi di limitarlo, di danneggiarlo, volti a dimostrare il contrario, cioè come fosse tutto un errore, non solo non lo hanno distrutto, ma l’economia di mercato ha resistito e continua a resistere. C’è ,infatti, una guerra in atto fra il potere finanziario (banche) e quello economico: la finanza, anziché porsi al servizio dell’economia vuole egemonizzare il tutto ed assumere il controllo complessivo dell’intero fenomeno ‘economico finanziario‘. Per questo l’alta finanza ha mutuato i sistemi del comunismo sovietico contro il cosiddetto Occidente, alleandosi con il neo socialismo statalista che è il vero sponsor del ‘neo liberismo’. Sarebbe parzialmente un bene se quest’intesa fosse un’alleanza – non nuova nella storia – fra il primo stato e il terzo. Bastonata è, invece, la borghesia, ma in quanto tende ad esaurire – al giorno d’oggi – l’intero corpo sociale….
Di fatto, a dispetto di tutto ciò, la crescita si è ridotta – anche molto – ma è sempre presente e potrebbe riesplodere da un momento all’altro, come avvenne negli anni ’30 e negli anni ’60 del secolo scorso. L’economia di mercato è talmente ‘forte‘ che il miracolo economico non si è mai arrestato del tutto. L’economia è in crescita, sia pure a ritmo lento, pur con la crisi che si è innescata e prosegue sin dal 1990. Tale situazione nuoce, in termini numerici, alla stessa alta finanza che l’ha provocata – che, scomparso il pericolo sovietico, ha ‘costruito’ quello musulmano ed altri ancora – ma essa tiene stretta la possibilità di ‘controllare il tutto‘. Non ci riesce, ma continua a combattere per quello, ben sapendo di danneggiare l’economia. Sicuramente è favorevole acciocché il Covid 19 sia il più disastroso possibile. O che l’abbia creato in laboratorio o che sia nato dal caso, il Coronavirus somiglia ai nemici artificiosamente creati in questi anni!
Ne segue un’intera fioritura di corollari. Ma osserveremo prima quanti errori si ripetono già nel linguaggio corrente: per esempio quando si chiama costo quello che è un prezzo. I consumatori non hanno costi, ma pagano il prezzo di ciascun consumo. Eppure si confonde l’economia familiare con quella delle imprese e, peggio, con quella degli stati. Sommariamente, l’economia domestica ha un simbolo: il salvadanaio. L’economia d’impresa si basa sul dinamismo che si crea fra produzione e vendita. L’economia dello Stato gioca fra tre fattori: la legge finanziaria (bilancio di previsione), le uscite e il fisco.
Facciamo notare che la sovranità monetaria, venuta meno con l’Unione Europea, sia assolutamente necessaria. Che abolirla è stato un delitto contro i singoli stati che sembra mirato soltanto a bloccarne lo sviluppo: “non stampando tempestivamente carta moneta per rappresentare il valore aggiunto, cioè la nuova ricchezza prodotta, si finisce per vanificare lo sforzo produttivo.
Ma l’errore contiene anche un fraintendimento di base sulla natura di ‘economia e finanza‘: la prima – se c’è bisogno di spiegarlo – riguarda la macchina produttiva (ed è sempre economia reale), la seconda si occupa di alimentare l’economia con il denaro. Questo non è che uno strumento.
Definizione: denaro è mezzo di pagamento e misura del valore. Non è mai stato oro. Anche nelle economie antiche la moneta d’oro era una rara eccezione, le monete di metallo vile la regola ed equivalevano alla carta moneta, che di per sé vale un’inezia rispetto al suo valore di scambio. Anche i Romani e non solo loro imponevano le tasse in denaro (date a Cesare…), ben sapendo di non poter produrne impunemente. Non per questo smettevano di produrne, utilizzandolo – anzitutto – direttamente per le spese dello Stato.
Quanto da noi spiegato sulla ricchezza e su come nasce il valore aggiunto -plusvalore – rileviamo come oggi, non certo del lavoro manuale, ma tanto meno da quello degli altri addetti ‘fa la differenza‘ per la formazione del profitto (valore aggiunto). Tutt’altro che essere ‘un furto’, esso nasce dall’idea applicata nella produzione: fondamentali gli studi di marketing.
I libri di economia aziendale riportano una serie di massime solo apparentemente puerili. Ne elenchiamo qualcuna …a braccio: ‘se il campanello della cassa non squilla il comignolo della fabbrica non fuma’; ma è vero anche il contrario; il denaro di oggi vale più di quello di domani; se un risparmiatore ti presta soldi, prendili; primo comandamento del marketing: non produrre ciò che sai fare, produci ciò che sai vendere.
Come si vede, già l’economia aziendale differisce fortemente da quella domestica. In casa può convenire pagare subito e risparmiare. Questo è poche volte vero per l’imprenditore: gli conviene comprare a termine e pagare dopo. In quell’interim il denaro avrà fruttato a lui più di quanto non lo abbia pagato o, addirittura, non debba ancora pagarlo….
Una garbata svalutazione annua giova, evidentemente, all’imprenditore. L’Unione europea ha cercato di ridurla a zero e questo è stato un ennesimo modo di bloccare la crescita generale. Se l’economia impostata dall’UE l’avesse pensata il diavolo, non avrebbe potuto far peggio.
Infine, notiamo un atteggiamento di ‘costume‘ che riflette la mentalità corrente che corre in Italia dal popolo a chi lo governa. Uno stop ai cantieri viene vissuto come un ‘fermo‘ delle paghe ai dipendenti ed ai lavoratori in particolare: reazione molto ‘umanitaria’. Tuttavia è maggiore – come nel caso di una ferrovia, di una strada, di un ponte etc – il danno prodotto dal ritardo nel completamento dell’opera… Che in Italia è già fisiologicamente giurassico.
Con una tale cultura economica, innescare la ripresa sarà ben difficile. Anche la povertà del linguaggio è sintomatica di una condizione di ignoranza. Si inventano nuovi termini. Si gioca sulla neolingua che è una non lingua. Il nuovo termine alla moda di questo inutile sillabario è ‘ripartenza’. Lo ripetono fino all’ossessione. Pochi ‘benemeriti’ parlano con più precisione di ritorno al lavoro, alla produzione, di riapertura, di rilancio: ‘vecchi termini’ che avevano, però, un chiaro valore nel rappresentare qualcosa di più certo e più preciso. Meno male, però, che questa volta non abbiano ‘scovato’ un temine inglese. Ma c’è tempo: non mancherebbe la voglia, finora – però – non ne sono stati capaci…
Germano Scargiali








