“Non mi lasciare, accompagnami”
Paola Parlato, l’autrice della raccolta poetica “Non mi lasciare, accompagnami” nei suoi versi sembra avvertire con impellenza i legami con gli altri esseri viventi: familiari, alunni, animali domestici, piante, tutto si riverbera e si mescola in un caleidoscopio da cui emergono sentimenti e colori in una fusione che sembra prodotta dalle pennellate di un pittore.
Dai versi della poetessa affiora, infatti, anche l’artista quasi le fosse impossibile poter discernere tra scrittura e pittura.
Vi è al fondo di ogni lirica un racconto, una trama, che, però, appare e scompare, mai del tutto palesata, mai del tutto risolta.
L’autrice, da un lato, si dona al lettore con generosità, ma da un altro gioca a nascondersi, a lasciare ad altri la scelta dell’interpretazione profonda. E’ qui il fascino di una scrittura originale, di uno scavo nella memoria che si fa fardello del presente, dell’attuale, ma senza vera sopraffazione.
La realtà umana si mescola, si sovrappone finendo per unire persino mondi lontani: il presente, il passato che non c’è più, l’altrove che nasce da un’intuizione per poi allontanarsi e disperdersi nel vento…
Alla scrittrice piace anche accostare sensazioni differenti, luoghi, emozioni apparentemente senza legami, se non nell’intimo del suo sentire.
La raccolta si divide in quattro parti: Figli, madri e fratelli, Amore, Vita, Morte. In un compendio quasi esaustivo dell’umana esistenza si tratteggiano, così, come pennellate, quei momenti salienti in cui si manifestano nel modo più vivo le nostre sensazioni, le gioie, i dolori.
“Noi siamo i figli/ del fratello morto/ quelli con gli occhi liquidi.
I figli persi per strada/ quelli senza gloria/ e senza gioia.”
Sono versi tratti da “Figli”: figli, siamo tutti figli, anche quelli abbandonati, quelli poveri, denutriti, sofferenti, ma – sembra dire l’autrice – sappiamo ancora vederli, cercarli, soffrire per loro?
In “Prestami il tuo risveglio”: “ Vai al mio cuore giovane che galoppa/ a volte lo so solo io e ci gioco/Cerco quello che resta/dell’amore che avrei voluto.” si avverte, invece, tutta la precarietà della nostra esistenza: la vita, a poco a poco, ci toglie tutto, anche quello che più amiamo, in fondo siamo tutti dei perdenti che si aggrappano ai ricordi per non morire prima che arrivi realmente la nostra fine.
Ma, per la poetessa, nonostante la costrizione alla sofferenza, possiamo continuare a vivere pienamente se non perdiamo nulla di quella bellezza che una volta ci aveva reso felici e ciò è possibile tramite la memoria di quelle sensazioni che riportano in noi, nella loro interezza, quel mondo svanito di cui abbiamo ancora bisogno.
La vita è fatta, però, anche di piaceri intensi, di forti emozioni in cui è bello perdersi, abbandonarsi, come in “Volevo bagnarti le labbra”: “Volevo bagnarti le labbra/con tutto il mio amore/e stringere le tue mani grandi/che non dimentico.”
L’amore ha bisogno di certezze, di vicinanza, di rassicurazioni e quando a queste si oppongono, invece, lontananza, rifiuto, distacco ecco prospettarsi il rischio della caduta, della solitudine, del vagabondare in un’incertezza che ci schiaccia e svilisce.
E’ possibile uscirne? Il dolore fa parte della nostra esistenza come la gioia e come tutte le altre sensazioni, belle o brutte, della nostra vita. Se non possiamo cancellarlo mai del tutto, possiamo, forse, attutirne i morsi portandoci dietro anche tutto il bello e il vitale che ci rasserena e ci fa andare avanti fiduciosi.
Significativi i versi di Solitudine: “Solitudine come fuliggine/una stampella vecchia/la rabbia che ci macera/gestire l’ingestibile/e tu che scappi/e non mi pensi/non t’importa/non mi avverti/vieni-non vieni/non sono la tua scelta./Mi avveleni di solitudine.”
Ma in “Vado a scrivere poesie” la risposta: “….Vado a scrivere poesie e ad ascoltarti/come si ascolta un tramonto/i balestrucci volano via veloci/le poiane si allontanano in coppia/noi ogni tanto ci guardiamo/e sappiamo di essere/in direzioni diverse/forse ancora insieme,/silenziosi,/senza spargimenti di sangue.”
L’inesorabile trascorrere del tempo, ignaro del dolore che ci arreca, nei versi di “Una pugnalata” in cui l’ultima strofa così recita: “…ma il tempo si conta/è solo un mese/di tristezza/solo un mese di te/non saprai mai quanto ti ho amato.”
Lydia Gaziano Scargiali








