Un popolo ritrova l’orgoglio a …calci di rigore

L’abbraccio più bello dell’anno per gli spotivi itlaliani e per tanti ‘meno sportivi’ necessariamente coinvolti. C’è anche il romano Matteo Berrettini che ha fatto il miracolo di impensierire in finale il grande Djokovic. Un momento magico del tricolore in un’Inghilterra confermatasi stuicchevolmente acida e nemica. Per nulla immemore di storici racncori contro l’Euopa continentale e l’Italia in particolare.

Strano popolo quello italiano. Pronto sempre a sentirsi inferiore al più “evoluto” mondo anglosassone. Del resto, ci hanno lavorato per secoli pur di convincerci della loro manifesta superiorità. Dal risorgimento in poi ci sono definitivamente riusciti, imponendoci lo stato centralizzato di stampo napoleonico e di ispirazione massonica.

Poi arrivano gli europei di calcio 2021 e 11 ragazzotti in mutande e maglia azzurra (ma lo sanno che c’entra la Madonna con quel colore?) si mettono ad inseguire un pallone. Giusto per saperlo, l’azzurro venne scelto in onore di casa Savoia, che l’aveva voluto a sua volta in onore del manto della Madonna; e per completare il quadro, sulla maglia c’era la croce sabauda, bianca in campo rosso, che durò fino all’avvento della repubblica. Ma l’azzurro rimase. Forse della Madonna in azzurro ne sa parlare Roberto Mancini, il commissario tecnico della nazionale, che della Madonna si proclama devoto con relativi pellegrinaggi a Medjugorie, nato e cresciuto nell’oratorio della parrocchia di San Sebastiano, a pochi metri da casa, dove il padre già operava in ambito calcistico. E che ti va pure a vincere il giorno della 3a apparizione della Madonna a Fatima!

Ma torniamo ai giovanotti in mutande. Inseguono così bene il pallone, che segnano, vincono e si incoronano campioni, con innegabile bravura e con il caldo affetto di un popolo alle spalle. Cos’è successo allora? Che il popolo dei complessati-di-inferiorità, di partita in partita, ha vissuto un crescendo di fierezza nazionale, ha tirato fuori le bandiere dalla naftalina, mettendosi  a cantare quell’inno nazionale, la cui prima strofa soprattutto fa fremere di sdegno gli esterofili e gli “europeisti”.

Il “politicamente corretto” si è messo allora la mordacchia ed i suoi esponenti indigeni, politici per primi, hanno fatto sorrisi stirati. Hanno taciuto il loro disprezzo verso questo popolo che ama vongole e spaghetti, e che è apprezzato nel mondo per il suo cuore grande. Sono i fautori della cessione di sovranità, del globalismo apolide, odiatori di ogni identità e promotori del relativismo ad ogni livello. Ma per qualche giorno il pallone gli ha tappato la bocca e hanno fatto la finta di sentirsi italiani. Italiani in effetti  lo sono; abbiamo una “bella” tradizione di Maramaldi, di Arlecchini che declinano  “Francia o Spagna purchè se magna”.

Ma ne abbiamo un’altra di cui siamo, a volte incosciamente, fieri. Celebriamo Dante Alighieri  in questi giorni (non certo adeguatamente, ndr), ma potremmo ricordare anche Tommaso d’Aquino, Leonardo e Michelangelo ed un elenco infinito di geni e di bellezze artistiche, di primati scientifici e di conquiste di civiltà. E’ l’appartenenza alla storia di un popolo che è esplosa, ancora una volta, in tutta la sua fierezza.

Abbiamo letto in questi giorni sui giornali una frase di Winston Churchill, un inglese che sapeva fare il gioco “duro”: “Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”.

Questa volta ‘abbiamo’ vinto. Ma quanto durerà l’effetto fierezza? Forse sarebbe ora che ci dessimo una seria regolata (una svegliata, dicono a Roma, ndr) per ritornare quel popolo straordinario che per tanti secoli abbiamo dimostrato di essere e che ha tanto contribuito a creare una civiltà di altissimo livello. Alla faccia di tutti gli “illuminati”, passati e presenti, che vogliono mondi omologati e piatti.

Diego Torre

Nota

Vi sono certamente italiani che si accorgono, che non dimenticano la grandezza dell’Italia. Ma questa – passata e incredibilmente presente, sia nella cultura, sia nella realtà scientifica e in quella produttiva – viene occultata dall’informazione comune, dai media stessi, per molti motivi. Qui non è il caso di elencarli, ma in ciò che scriviamo lo spieghiamo spesso.

Il risultato è tutta una cultura claudicante in cui la maggior parte di un popolo che insegna al mondo la musica e che produce vini ai vertici del pianeta sa ben poco di musica e di vino. Ma questo è soltanto un esempio. Tanto per capirci… (G.S.)

 

 

 

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