Mies Van der Rohe e la nascita dell’architettura moderna

Strutture in acciaio e vetri, perché gli interni partecipino della realtà esterna, della vista su un lago etc.
Architect Ludwig Mies Van Der Rohe
Ludwig Mies Van Der Rohe dietro il modello dello Illinois Technical Building. Uomo dell’800 capì e interprtetò l’avvento della modernità. Visse a lungo.

Mies Van der Rohe accetta la modernità, ma non la subisce…

Disegna l’ordine e la razionalità. Quando prova a prendere sul serio le proprie domande di uomo, incontra – però – il pensiero di Agostino e Tommaso…

Viene ricordato – assieme a Le Corbusier, Walter Gropius, Frank Lloyd Wright e Alvaro Aalto – come maestro del Movimento Moderno.

La massima che lo fa passare alla storia è in lingua inglese, quella degli States, sua patria d’adozione: “less is more”. Nacque, infatti, in Germania ad Aquisgrana il 27 marzo 1886, morì a Chicago, dove ha lasciato le sue più significative opere, il 17 agosto 1969.

Se Le Corbusier incarna l’anima più poetica del Movimento Moderno, l’architetto tedesco ne rappresenta l’aspetto più profondamente filosofico. Vive tra due mondi: l’Europa delle avanguardie, dove nacque e l’America della modernità e dei grattacieli, dove morì nella cità che era divenuta la sua casa.

La massima che lo fa passare alla storia è in lingua inglese, quella degli States, sua patria d’adozione: “less is more”. Nacque, infatti, in Germania ad Aquisgrana il 27 marzo 1886, morì a Chicago, dove ha lasciato le sue più significative opere, il 17 agosto 1969.

Se Le Corbusier incarna l’anima più poetica del Movimento Moderno, l’architetto tedesco ne rappresenta l’aspetto più profondamente filosofico. Vive tra due mondi: l’Europa delle avanguardie, dove nacque e l’America della modernità e dei grattacieli, dove morì nella città che era divenuta la sua casa.

Il suo interesse per l’architettura nasce dal padre, scalpellino. Durante l’infanzia Mies aiuta nella cava di famiglia. Il fascino ella pietra e del marmo non lo abbandonerà mai e costituisce, assieme allo studio dei volumi, la sola variante alla sua grande svolta minimalista.

Il giovane Mies frequenta un corso di arti e mestieri e, lavorando da artigiani locali, sviluppa per proprio conto una grande capacità di disegno a mano libera.

All’età di 19 anni Van der Rohe si trasferisce a Berlino, dove dapprima lavora senza salario in vari cantieri della città, poi entra nello studio di Bruno Paul come disegnatore di mobili e frequenta l’Accademia di belle arti.

Mies Van der Rohe approda nello studio di Peter Behrens, uno dei maestri dell’architettura del tempo, dove lavora al fianco di Gropius e per breve tempo anche di Le Corbusier.

Da Behrens assorbe l’idea di architettura come “arte del costruire”, oltre ad un …senso profondo della grande forma, ossia la forma monumentale, caratteristica dello spirito del tempo.

Seagrambuilding New York
Il Seagrambuilding di New York progettato insieme a Philip Johnson nel 1958.

L’espressione “Less is more”, coniata dall’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe – uno dei maestri del Movimento Moderno – è in realtà una grande rivoluzione…

Essa, come emblema del minimalismo, non può essere ridotta a mera semplificazione. Tutt’altro…

Nel 1913 il giovane architetto aprì la propria attività a Berlino. In quegli anni si dedica alla ricerca teorica, scrive su importanti riviste d’avanguardia ed è autore di progetti-manifesto. Si afferma, dunque, come una delle principali personalità dell’architettura tedesca e ciò gli vale un ruolo di primo piano tra i docenti del Bauhaus, la scuola d’arte, design e architettura dove insegnano anche maestri come Gropius, Klee e Kandinsky.

Quando la semplicità diventa complessità e impegno: l 'opera è di
Quando la semplicità diventa complessità e impegno: l ‘opera è dell’italiano Cino Zucchi, un epigono di Van der Rohe. 

È in questi anni, come testimoniano alcuni documenti, che conosce e diviene amico di Romano Guardini, che in quel periodo frequentava il mondo degli artisti d’avanguardia, per capirne i presupposti culturali…

I due si scambiano grandi riflessioni sul grande tema della modernità e della sua relazione con l’uomo.

Il governo nazista a metà degli anni ’30 dichiara la propria ostilità ai programmi del Bauhaus Allora Miesvan de Rohe, in quel momento direttore della scuola, è costretto a chiuderla e a lasciare l’Europa per gli Stati Uniti. Qui, dove la sua fama è già più che presente, diviene preside della scuola di architettura Armour Institute of Technology di Chicago, dove si formarono intere generazioni di architetti. Così ne rimase condizionata l’architettura americana e quella di tutto il mondo, come aderente alla modernità, alle sue caratteristiche e alle sue esigenze…

Le opere di Mies hanno indicato il punto più avanzato della modernità in architettura. Alcuni edifici, oltre a essere specialmente evocativi della sua poetica, rappresentano vere e proprie pietre miliari del costruire moderno.

Il Padiglione di Barcellona, costruito per l’Esposizione Universale del 1929, è la sintesi di una lunga ricerca sull’abitazione e segna dei “punti di non ritorno” nella disciplina della composizione architettonica e nelle tecniche costruttive: il pilastro a croce in acciaio, la separazione degli spazi attraverso setti ortogonali indipendenti, la definizione dello spazio della casa attraverso l’uso di un recinto che la separa dalla strada.

Fu nei Lake Shore Drive Buildings Apartments di Chicago (1948-‘51), invece, che Mies inventò il cosiddetto curtain wall, un sistema di facciata realizzato in lastre di vetro sostenute da telai d’acciaio. Una novità epocale che rivoluziona il rapporto tra interno ed esterno degli edifici – prima di allora esisteva solo la tradizionale muratura con finestre – offrendo a tutti gli appartamenti la vista sul lago Michigan sin dall’interno.

Lafayette towers, appartamenti, a Detroit nel Michigan.
Lafayette towers, appartamenti, a Detroit nel Michigan.

Nel Seagram Building di New York (1954-‘58) l’invenzione è urbana: Mies arretra il grattacielo rispetto al filo della strada quando nessuno lo faceva (la base dell’edificio occupava sempre l’intera superficie dell’isolato in cui era inserito) al fine di metterlo in risalto. Attraverso la piazza, Van der Rohe costruisce un rapporto con la città.

Altre architetture contribuiscono a definire la tipologia dell’edificio ad aula: è il luogo più semplice e al contempo universale. Lo spazio è indiviso, libero da pilastri e definito solo da un tetto, in cui le persone possono riunirsi per le funzioni più diverse. Una sorta di moderna piazza coperta. Ecco la Crown Hall di Chicago (1950-‘56), sede dell’Illinois Institute of Technology; la Convention Hall, sempre a Chicago, mai costruita, la Neue Nationalgalerie di Berlino.

Non mancano progetti urbani, come il Lafayette Park, grande quartiere di Detroit (1955), in cui Mies realizza la progettazione urbana come un’opera di ordine e riafferma il principio caro al Movimento Moderno di città contemporanea costruita nella natura.

Celeberrima, infine, è Casa Farnsworth, in cui Van der Rohe costruisce un luogo per stare nel bosco. La casa è, essenzialmente, il luogo dello stare – una parola magica per lui – e la qualità dello stare è definito dal rapporto con la natura.

L’insieme di queste opere ha determinato uno stile, nel tempo soggetto a molte copiature e a grosse riduzioni. L’eredità importante del grande architetto consiste in un metodo di lavoro, che ha tra i suoi presupposti fondamentali una straordinaria attività teorica.

Plaza de Castilla (Madrid) La Puerta de Europa.
Plaza de Castilla (Madrid) La Puerta de Europa di Philipe Johnson e John Burgée. L’evoluzionenata con Le Courbusier e Van der Rohe più la tecnologia moderna ha condotto a questi risultati…

Plaza de Castilla (Madrid) La Puerta de Europa

“Quando ero giovane – spiegava Van der Rohe – iniziammo a chiedere a noi stessi che cosa fosse architettura…”. Lo chiedemmo a chiunque. Essi dicevano: ‘Quello che noi costruiamo è architettura’. Ma non eravamo soddisfatti di questa risposta. Finché capimmo che era una domanda inerente la verità: cercammo di scoprire che cosa realmente fosse la verità. Rimanemmo incantati trovando una definizione di verità di Tommaso d’Aquino: ‘Adaequatio rei et intellectus’. Non l’ho mai dimenticato”.

Mies, anche da affermato professionista e creatore. leggeva molto, come aveva fatto fin da giovanissimo, …per “avere le idee chiare su quanto accade, sui caratteri del nostro tempo e capire il significato di tutto”.

Per rispondere alle sue domande più profonde, gli sono d’aiuto soprattutto i filosofi e i teologi medievali, che Mies conosce per la sua origine e formazione cattolica romana: “Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino mi hanno spinto a pensare in modo più chiaro e credo che dopo averli studiati ho capito meglio i problemi”.

Van der Rohe si definisce un uomo religioso, anche se afferma: “non sono affiliato a nessuna Chiesa”.

Il suo mestiere, fare architettura, è il campo su cui mette in gioco le questioni fondamental…

“Dobbiamo mirare – spiega – al nocciolo della verità. Le domande relative all’essenza delle cose sono le uniche domande importanti”.

In architettura, per Mies, la verità ha a che fare innanzitutto con il tema della costruzione. L’architettura stessa è, nella sua definizione, “chiarezza costruttiva portata alla sua espressione esatta”. Che cosa intenda per chiarezza costruttiva lo si comprende bene quando parla della cappella di Aquisgrana…

“Ricordo – narra Mies – che ad Aquisgrana, la mia città natale, c’era la cattedrale e la cappella era un edificio ottagonale fatto costruire da Carlo Magno. Nei secoli questa cattedrale è stata trasformata. In età barocca la intonacarono interamente e aggiunsero delle decorazioni. Quand’ero ragazzo tolsero l’intonaco. Poi però non poterono andare avanti perché vennero a mancare i fondi e così si potevano vedere le pietre originali. Guardando la costruzione antica priva di rivestimenti, osservando le belle murature in pietra o in mattoni, una costruzione limpida, fatta da artigiani davvero bravi, sentivo che avrei rinunciato a tutto per un simile edificio”. Privo, cioè di ogni orpello, capace di definire da sé i suoi spazi, i suoi volumi le proprie funzioni e finalità…

“L’architettura – affermava Mies – è sempre legata al proprio tempo. Il nostro tempo non è per noi una strada estranea su cui corriamo. Ci è stato affidato come un compito che dobbiamo assolvere. Da quando l’ho capito, ho deciso che non avrei mai considerato con favore le mode in architettura e che dovevo cercare princìpi più profondi. L’essenza dell’epoca è l’unica cosa che possiamo esprimere davvero”.

La volontà, come premessa, è di costruire un’architettura moderna, liberata dalla sovrastruttura dell’architettura ottocentesca. Un’architettura espressiva dei valori del tempo, così come lo sono gli edifici antichi: le cattedrali romaniche e gotiche, gli acquedotti romani e i moderni ponti sospesi, architetture dalla cui forza Mies rimane impressionato: “Tutti gli stili, i grandi stili, erano passati, ma essi erano ancora lì…”

“…Capire un’epoca – scrisse – significa capire la sua essenza e non ogni cosa ci venga innanzi agli occhi”.

Secondo Van der Rohe il ‘900 è l’epoca dell’economia, della scienza, della tecnologia: “Niente avviene che non sia osservabile. Dominiamo il mondo in cui ci troviamo. La forza guida del nostro tempo è l’economia…”

Quale sarebbe, allora, il ruolo dell’architetto?

“Dobbiamo accettarlo – afferma – anche se le sue forze ci appaiono così minacciose. Dobbiamo disporle in un nuovo ordine, che dia libero spazio al dispiegamento della vita. Sì, però un ordine che si riferisca agli esseri umani”.

“Non abbiamo bisogno – prosegue il concetto – di meno tecnica, bensì di più tecnica. Non abbiamo bisogno di meno scienza, ma di una scienza più spirituale, di energie più mature”.

Anche Romano Guardini scriveva, nella nona delle Lettere dal Lago di Como, sullo stesso argomento: “…per poter renderci padroni del ‘nuovo’, dobbiamo in giusto modo penetrarlo. Dobbiamo dominare le forze scatenate e farle attendere alla elaborazione di un ordine nuovo, che sia riferito all’individuo. Ma, in ultima analisi, quest’opera non può compiersi ove si prendano come punto di partenza i problemi tecnici. Essa si rende possibile solo partendo dall’uomo vivente… Ciò che ci occorre è una tecnica più forte, più ponderata, più umana… Ci occorre più scienza, ma che sia più spiritualizzata, più sottomessa alla disciplina della forma. Ci occorre più energia economica e politica, ma che sia più evoluta, più matura, più cosciente delle proprie responsabilità…”

Mies, infatti, si propone come una missione di “umanizzare il moderno”, cogliendo quanto potessero essere pericolose quelle posizioni ideologiche che identificavano la modernità con il mero mito del progresso e della tecnica.

“Orientiamo, invece, la tecnica al servizio dell’uomo, e darle forma, sarà il lavoro di una vita!”

Che cosa intendeva esattamente con la massima less is more?

“Ogni cosa è così complicata in un edificio. Per raggiungere una chiarezza dobbiamo semplificare praticamente ogni cosa. È un lavoro duro. Bisogna combattere, combattere, combattere…”

Tutto il lavoro di Mies e della sua scuola si fonda su due pilastri fondamentali: ordine e razionalità. L’ordine non è qualcosa che si impone, ma qualcosa che va cercato e trovato, il risultato di un processo di conoscenza della natura delle cose. L’architettura, in conclusione, non è altro che una forma di conoscenza della realtà. L’architettura è la ricerca della forma più rispondente alla natura delle cose”.

La forma è il risultato di un percorso razionale, che non ha nulla a che vedere col fantasioso o l’arbitrario, ma che procede di scelta in scelta, dalla complessità all’essenzialità, fino al punto in cui nulla può essere aggiunto e nulla tolto.

Less is more”, al di là del banale minimalismo e razionalismo a cui spesso viene ridotta, indica che la semplificazione non è fine a se stessa, non è uno stile né un linguaggio, ma la riduzione della complessità dei fenomeni della realtà alla loro qualità essenziale. Ciò conduce Mies a realizzare architetture classiche e al contempo moderne. Senza tempo. Van der Rohe, nel suo studio, torna essenzialmente Mies, se stesso.

(Ricostruzione storica di Sergio Natoli, adattramnto, impaginazione, titolo e e dida di Germano Scargiali)

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