Relazione sul libro di Mario Andrea Catania – Perchè percorrere 3000 metri per superare tre metri

Scorrendo le pagine del piccolo libro di Mario Andrea Catania si ha l’impressione di intavolare una piacevole conversazione con una persona colta, di buone letture, dai gusti raffinati, portatrice di ricordi e valori, che appartengono ad una generazione che è stata protagonista di grandi cambiamenti nel costume e nella società del secolo passato e che si ritrova a vivere in tempi che non capisce più.

Una generazione estremamente importante, che si è impegnata per cambiare totalmente la società ereditata dai propri padri, ribelle e contestatrice, che ha combattuto contro i genitori, gli insegnanti ,le autorità nell’utopia di costruire un mondo nuovo e ora non si ritrova nel nuovo modello che ha realizzato, anche a causa  dell’accelerazione convulsa data dal progresso tecnologico.

Una generazione che ha la consapevolezza di aver commesso degli errori, soprattutto nell’educazione dei figli, che forse il bambino non andava buttato insieme all’acqua sporca e che i tanto vituperati metodi educativi dei padri non andavano rigettati in toto, ma modificati e corretti, perché qualcosa di buono l’avevano.

Mi rendo conto che sto parlando più della mia generazione che di quella dell’autore, che è di una ventina d’anni più anziano di me, ma penso che anche questo mio errore sia dovuto al modo di comunicare diretto ed empatico di Catania, che mostra una grande capacità di entrare in sintonia con il lettore, coinvolgendolo nelle sue esperienze ed emozioni.

Soprattutto quando rievoca le amate figure dei genitori il Catania ci cattura con la nostalgia, colorando di rimpianto situazioni e personaggi, di cui tratteggia i tratti più salienti, mettendone in evidenza i punti di forza o di debolezza, evidenziati dalle varie circostanze.

Tornando a quanto ho detto prima, vorrei ribadire che il Catania, oltre ad essere l’esempio di una inesausta capacità di mettersi in gioco e di confrontarsi con gli altri, è anche l’esponente di una generazione che ha un compito importantissimo da svolgere oggi: quello di essere l’ultima o la penultima depositaria di un immenso patrimonio di letteratura, cinema, musica che rischia di andare perduto, se non verrà veicolato in fretta ai giovani d’oggi.

Vogliamo lasciarli in balìa dei socials, di TIC TOC, di INSTAGRAM e di altre piattaforme demenziali al livello di contenuti e pericolose al livello di modalità di comunicazione, perché li abituano a vivere in un mondo virtuale e non nel mondo reale, dove ogni azione, anche la più violenta, può essere cancellata come in un videogioco, e non lasciare alcuna conseguenza ed assunzione di responsabilità?

Leggendo le garbate, ironiche e lucidissime riflessioni dell’Autore non posso fare a meno di pensare alla demenziale proposta, avanzata non ricordo da quale partito, di togliere il diritto di voto agli ultraottantottenni, come se la vecchiaia fosse sinonimo di rimbambimento e non di saggezza ed esperienza, come era stato riconosciuto da molte società antiche, con l’istituzione di un “senato”, che affiancasse le altre istituzioni.

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