Esaminiamo che cosa si cela in realtà dietro l’utilizzo di schwa e asterischi
Da circa due decenni a questa parte il dibattito sull’uso della lingua in rapporto alle differenze di genere si è posto prepotentemente all’attenzione non solo nei rapporti interpersonali, in famiglia, nelle relazioni amicali, nei gruppi organizzati bensì anche nel lavoro delle istituzioni. Questo fenomeno è il precipitato di una nuova sensibilità che prende piede in alcuni ambiti della nostra società, la quale sensibilità vuole – per via di linguaggio – bilanciare la comunicazione dei generi e anche oltre fino ad eliminare ogni riferimento di genere nei testi scritti. È il caso dell’asterisco o della Schwa a fine termine. Tutto ciò perché, secondo questo nuovo sentire sociale, la declinazione al maschile o al femminile della lingua italiana sottintende un sopruso a danno delle donne. Inoltre la divisione binaria dei generi è ritenuta poco inclusiva nei confronti di chi non si riconosce in queste due alternative.
Quanto al primo caso, quello cioè del presunto sopruso nei confronti delle donne, trova la sua radice nella convinzione che la lingua condiziona la percezione della realtà, cioè il modo con cui le persone colgono e interpretano il mondo. «La lingua è potere» pensava Michel Foucault ed è proprio sul pensiero di questo autore francese che poggiano i sostenitori di schwa e asterischi.
Soffermandoci sull’affermazione «La lingua è potere», tuttavia, potremmo aggiungere qualcosa sfuggito persino al suo autore. L’espressione andrebbe in realtà estesa: ogni espressione umana è la proiezione dei rapporti di forza o delle tensioni ideologiche implicite nelle società. Non solo il linguaggio ma anche la sfera del lavoro, la famiglia, la componente ricreativa, la musica, la sessualità: in poche parole, tutto ciò che riguarda l’uomo e i suoi rapporti con gli altri è “potere”. Ma ciò che i marxisti chiamano “potere” – in termini meno ideologizzati – potremmo definirla più semplicemente “relazione”. In ogni relazione c’è una differenza, uno squilibrio, una capacità di forza e di adattabilità che uno ha e l’altro no.
Il tentativo di stabilire un linguaggio che recepisca le istanze più radicali della cosiddetta parità di genere è in ultima istanza il tentativo di una componente minoritaria della società di eliminare ogni differenza nel linguaggio come in tutte le relazioni umane perché – è questo il punto più vulnerabile del pensiero marxista – confonde la “differenza” con la “disuguaglianza” sicché l’appiattimento dei generi nelle espressioni verbali umane è funzionale ad un malinteso concetto di giustizia e uguaglianza sociale. Appiattire il linguaggio eliminando i generi maschile e femminile appare come una sorta di livellamento in cui le differenze vengono disciolte e rese fluide. È così che coloro i quali sentono il bisogno di una società senza gerarchie, senza divisioni sociali, senza “potere” allora per ottenerla cerchino ostinatamente l’eliminazione di ogni fattore, di ogni elemento di diversità che possa avere ricadute sulla prefigurata società di uguali. Sulla base di questo principio i generi sessuali e le loro espressioni (tra cui il linguaggio) devono essere fluidi, non ben definiti, cangianti, perché un genere sessuale ben definito è considerato inquadrabile in una gerarchia sociale (nei piani superiori della gerarchia o in quelli inferiori) che viene rifiutata a priori. Un’identificazione sessuale chiara, marcata, quindi eterosessuale, marca in fin dei conti una peculiarità, una differenza che – per i sostenitori di schwa e asterischi – è fomite di potere, usato o subito che sia.
Va da sé che il discorso sulla fluidità non riguarda solo i generi sessuali ma anche le religioni (che devono essere tutte uguali), le barriere tra gli stati (che devono essere abbattute), il concetto di famiglia, l’intera società. Non è nostra intenzione divagare su questi ultimi temi ma di certo non sfugge il fil rouge che accomuna fluidità dei generi e fluidità delle relazioni e delle istituzioni.
Ma soffermiamoci ancora una volta sul pensiero di Foucault. Dicevamo che, secondo l’autore francese, la lingua è potere così che tramite la lingua percepiamo la realtà cioè il modo con cui le persone colgono e interpretano il mondo. L’Accademia della Crusca, la massima istituzione letteraria italiana, rispondendo niente meno ad una interpellanza della Corte di Cassazione, stabilì che questo pensiero non è universalmente condiviso e citò autori prestigiosissimi che sfatavano queste convinzioni (venivano citati studiosi del peso di Levi-Strauss e Dumezil).
Aggiungiamo pure noi una nostra riflessione, senza offesa per Levi-Strauss e Dumezil. All’affermazione che «tramite la lingua percepiamo la realtà» potremmo obiettare semmai che è vero il contrario, cioè è la realtà sociale in cui viviamo che crea la lingua, non viceversa. Esempi sono il termine “camerata” usato dal Fascismo per designare ogni singolo cittadino adulto e il suo contraltare “compagno”, usato dai regimi communisti. Sono stati i movimenti ideologici ad adoperare quei termini, non i termini a costruire i movimenti. Inoltre, se proprio vogliamo dirla tutta, i termini in questione – camerata e compagno – non hanno prodotto un rafforzamento dello spirito cameratesco durante il fascismo né uno spirito egualitario durante i regimi comunisti; semmai hanno sottolineato, nei locutori, le contraddizioni insite nei regimi stessi. Il cameratismo italiano, in termini di spirito combattivo, era molto più sentito durante il primo conflitto mondiale – quando il fascismo non era nemmeno nato – rispetto al secondo conflitto – quando il fascismo era al suo apice – ed a nulla è valsa, in questo senso, la retorica e il linguaggio del regime. Stessa cosa nei paesi comunisti. L’uso del gergo in voga tra i marxisti sembrava accomunare tutti ma non sfuggiva che il “compagno” Stalin o gli altri “compagni”, vertici dell’enorme macchina burocratica sovietica, erano compagni solo di nome perché di fatto disponevano di un potere e un’autorità infinitamente maggiore degli altri “compagni”. C’è da chiedersi, quindi, cosa avessero in comune il semplice minatore degli Urali e Stalin, nonostante si chiamassero tutti e due “compagni”.
Esiste un’altra categoria di sostenitori di schwa ed asterischi, ancora più minoritaria della prima. Come abbiamo già accennato, si tratta di coloro i quali non si rivedono nel genere binario (maschio o femmina) e chiedono più inclusività nel linguaggio di ogni giorno. Anche loro, al pari di chi è ossessionato dal “potere” della lingua, pretendono l’annullamento dei generi così da eliminare il loro disagio linguistico. Di fatto, per queste componenti, l’idea di inclusione si confonde con la soppressione delle differenze secondo l’assunto che l’unica vera uguaglianza si realizza con l’appiattimento di ogni identità. Come dire che – e purtroppo di tanto in tanto accade davvero – se tra i commensali di un tavolo uno di loro non sopporta che a tavola ci sia una pietanza, allora tutti gli altri dovranno astenersi dall’ordinare quella pietanza per “rispetto” del primo.
Adesso che ci avviamo alla conclusione di questa breve riflessione, ci permettiamo di tirare in ballo, per un’ultima volta, Michel Foucault e la sua relazione tra lingua e potere. I cultori del linguaggio “neutro” di cui abbiamo accennato in queste righe non sempre si accorgono che le loro velleità lessicali si pongono esse stesse come nuova forma di potere. Pretendendo l’utilizzo di un linguaggio gender free, pena lo stigma di sessismo o di mancanza di inclusività, impongono di fatto modalità e regole comunicative a tutta la platea di locutori, anche nelle istituzioni. Il potere e la sua arroganza comunicativa, tanto temuto dagli allievi di Foucault, diviene adesso prerogativa di chi prova a veicolare il nuovo linguaggio fatto di schwa e asterischi; un vero e proprio tentativo di sostituzione di poteri, né più né meno. E a chi non si allinea al nuovo ordine, come in tutti i poteri, non rimane che il triste destino dell’ostracizzato.
Salvatore Andrea Galizia








